TH1TheCologneConcertQuando incontri la musica di Eric Andersen, la prima sensazione è… che la conosci già. È così carica di atmosfera che non puoi non lasciarti prendere dall’incantesimo. Chi l’ha ascoltata sa a cosa mi riferisco, a quel non poter non riconoscerne il carattere intimo e magico della sua poesia. “Non sono un uomo di potere, né ricco” dice l’Autore in uno dei brani del “The Cologne Concert“, e c’è tutta la tensione di una concezione della vita che resta indifferente agli schemi convenzionali del successo e dello star system. Forse, da qui si può capire perché Andersen, nonostante un eccellente repertorio, sia ancora abbastanza ignoto alla stampa musicale italiana, anche se non è certo un giovanissimo, come testimoniano le foto di repertorio che lo ritraggono con Patti Smith, con Lou Reed, con Andy Warhol. La sua voce, calda, profonda e screziata dal tempo, cavalca su solchi battuti da grandi anime del lato più intimo e sincero del rock, la ballata folk. Somiglia per certi versi a Tom Waits e per altri a Leonard Cohen, ma è meno artefatto dell’uno e dell’altro. E poi, quando il suo fuoco sembra ritrarsi, una nuova vampa, calda e avvolgente, viene a sostenerlo: è la voce di Inge. Su tutto, il violino di Michele Gazich, magia nella magia, che genera sussulti di profondità, cambiamenti di temperatura e di stato, mutamenti alchemici e distillazioni.

Advertisements